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05 สิงหาคม Ma al cane dell'Alta Carica dello Stato chi ci pensa?"Non sono i popoli che dovrebbero avere paura dei propri governi..sono i governi che dovrebbero avere paura dei propri popoli"
Quando la Corte Costituzionale ha bocciato il lodo Schifani (che sarebbe il lodo Alfano prima versione; perché Berlusconi ci aveva già provato a farsi una legge che ponesse lui e i suoi amici al di sopra della legge) ha detto che l’intento del legislatore (sarebbero Berlusconi e il suo portavoce di allora Schifani) era quello di tutelare il sereno svolgimento delle rilevanti funzioni proprie delle Alte Cariche dello Stato. Secondo la Corte Costituzionale questa cosa poteva anche essere fatta; però in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Poi la legge venne dichiarata incostituzionale perché assicurava l’immunità a vita e questo era un po’ fuori dell’ “armonia con i principi fondamentali etc”.
Adesso lo stesso legislatore (ha solo cambiato portavoce, adesso c’è Alfano) ci riprova: siccome la Corte Costituzionale gli ha detto che l’immunità a vita non va bene, si accontenta di un’immunità per una sola legislatura; per il resto, tutto uguale. Così c’è da chiedersi se il sereno svolgimento delle funzioni delle Alte Cariche lo debbono proprio pagare gli altri cittadini, quelli che non sono e non saranno mai Alte Cariche ma che con queste magari qualche problema potrebbero anche averlo. Perché non si deve dimenticare che anche le Alte Cariche dello Stato sono comuni cittadini; anche loro conducono, nei momenti lasciati liberi dalle alte funzioni che ricoprono, una normale vita di relazione. Si innamorano, si sposano, concepiscono e partoriscono figli, tengono animali di compagnia, guidano l’automobile, l’aereo, l’elicottero, le barche, a vela o a motore che siano; in qualche caso svolgono professioni: sono medici, ingegneri; in altri casi sono imprenditori e posseggono aziende. Insomma, sono Alte Cariche ma restano uomini che vivono nel mondo. E se si accorgono che la moglie o il marito li tradisce? Se si innamorano di un'altra donna o di un altro uomo e abbandonano la famiglia? Se litigano con la moglie o il marito e gli ficcano un paio di ceffoni e questa o questo cade e si fa male? Se danno un calcio al cane e lo abbandonano sull’autostrada? Se omettono di adottare, nella loro azienda (qualcuno ne ha, magari anche parecchie) misure antinfortunistiche e ci scappano uno o più morti? Se smaltiscono i rifiuti delle loro mega ville un po’ alla garibaldina? Se addirittura le megaville se le costruiscono in barba a piano regolatore, vincoli paesaggistici e idrogeologici etc? Se mandano il capo della loro scorta a comprargli la cocaina? Se insomma commettono uno dei tanti reati che non hanno nulla a che fare con le funzioni proprie della loro Alta Carica Politica e per i quali tanti cittadini ogni giorno vengono sottoposti a processo? Secondo il lodo Alfano non gli deve succedere nulla; perché l’unico modo per governare serenamente e pacificamente il Paese è una licenza a delinquere. E insomma l’interesse pubblico avanti tutto. Ma poi, come le tuteliamo le vittime dei reati commessi dalle Alte Cariche dello Stato? Beh, dice il lodo Alfano, prima di tutto c’è il processo civile; e poi il giudice può acquisire le prove non rinviabili. Trattasi di una bufala. Per esempio, se l’Alta Carica dello Stato decide di non corrispondere alla moglie o al marito che l’ha tradita l’assegno alimentare stabilito dal giudice al momento della separazione, commette il reato di cui all’art. 570 codice penale, la violazione degli obblighi di assistenza familiare. Che si fa? Il processo penale non si può fare, prove non rinviabili da acquisire non ce n’è, è tutto pacifico, l’Alta Carica non scuce un quattrino e la moglie e i bambini piccini muoiono di fame. Ma il Ministro Alfano dice che resta il processo civile; così la moglie o i figli abbandonati in condizioni di indigenza, possono adire il Tribunale civile e richiedere gli opportuni provvedimenti di urgenza, per esempio il sequestro dei beni; poi possono richiedere un processo di esecuzione per far vendere questi beni e soddisfare le loro esigenze sul ricavato. In capo a un anno (magari due), più o meno, avranno ottenuto giustizia; nel frattempo c’è da sperare che la carità pubblica e privata li sovvenga. Nel caso dell’Alta Carica dello Stato che faccia mancare i mezzi di sussistenza, in realtà, c’è un altro sistema, quello previsto dall’articolo 156 del codice civile: su richiesta dell’avente diritto, il giudice può … ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere … somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. Sicché potrebbe avvenire che la Presidenza del Consiglio, o la Presidenza della Repubblica o la Camera o il Senato siano tenuti a corrispondere ai congiunti creditori di assegni alimentari le somme in questione, trattenendole direttamente dallo stipendio che dovrebbe essere versato all’Alta Carica dello Stato; non so se avverrà mai ma sarebbe certamente uno spettacolo assai peculiare. E se l’Alta Carica dello Stato si abbandona a maltrattamenti in famiglia (mena la moglie e i bambini piccini), commettendo il reato di cui all’articolo 572 del codice penale? Il reato di maltrattamenti in famiglia non è cosa da poco, è punito con una pena che va da uno a 5 anni di reclusione. Anche qui, prove urgenti non ce ne sono: i certificati del pronto soccorso li abbiamo già e la denuncia della moglie e dei bambini pure. Quello che servirebbe sarebbe una misura cautelare, magari non proprio l’arresto ma almeno il divieto di vivere nella casa coniugale o l’obbligo di allontanarsi dal Comune dove risiedono i familiari maltrattati. Beh, anche questo non si può fare: mogli e bambini piccini altra scelta non avranno che la fuga, sempre che sia possibile. E se l’Alta Carica dello Stato picchia il cane e lo tratta male (reato di cui all’art 727 del codice penale)? Non possiamo sequestrarglielo con decreto di sequestro preventivo (art. 323 codice di procedura penale) perché il processo non si può fare; non possiamo manco dirgli di piantarla di maltrattare il cane, l’Alta Carica è “immune”, lo dice la legge. E che il cane si arrangi. E se l’Alta Carica gestisce un’azienda i cui macchinari sono pericolosi? Anche qui niente sequestro, niente misura cautelare, niente di niente; può continuare a farla funzionare come e quanto gli pare, le prove sono state tutte raccolte, il processo non si può fare, l’Alta Carica ha la sua fabbrica e ci fa quello che vuole.. E se poi muore qualcuno? Ma che problema c’è, l’Alta Carica si beccherà un bel processo civile. Insomma, mi viene in mente un vecchio detto romanesco: quante me ne ha date! Ma quante gliene ho dette! Per finire: ma qualcuno si è posto il cosiddetto problema Riina - Provenzano - delinquenti vari? Voglio dire, se un grosso delinquente, dopo una vita di delitti e di sopraffazioni e di imbrogli e di corruzioni; insomma dopo una vita di spietata e criminale immoralità, pensa bene di utilizzare i soldi, il potere, l’influenza che si è guadagnato con la sua vita di delitti per influire in vari, magari efferati, modi sull’elettorato e su partiti politici; se così facendo riesce a farsi eleggere parlamentare e poi accedere a una Alta Carica? Insomma, che ne facciamo di uno che con corruzioni, ricatti, magari omicidi, conquisti il potere politico? Lo lasciamo a governare per tutta la durata del mandato, protetto da quello stesso ordinamento che egli ha violato e che, ovviamente, continuerà a violare in misura sempre maggiore? E, a quel punto, quale sarà la differenza tra il nostro Paese e uno qualsiasi degli Stati soggetti a dittature militari o criminali? Bruno Tinti 27 กรกฎาคม Gallarate si dissocia..IO NO!!
Vorrei fare delle precisazioni in modo che nex possa confondersi..perche in nemmeno 5 righe c sono gia 2 balle..primo..la manifestazione dell'8 luglio No Cav Day nn è stata organizzata ne dall'Italia dei Valori ne dai Girotondi ma da tre liberi cittadini che sono Paolo Flores D'arcais, Pancho Pardi e Furio Colombo..IDV e Girotondi hanno solo aderito alla manifestazione come me e come tante altre persone ma nn l'hanno organizzata..secondo..nella lettera scritta dal sindaco mucci si legge:"..sfociate nel turpiloquio e nelle offese nei confronti del Capo dello Stato e del Papa"..caro mucci oltre che mandarti a casa avvisi di garanzia dovrebbero pagarti un corso di italiano..turpiloquio significa:"è un modo di parlare volgare, offensivo e irriverente, utilizzato per mostrare disappunto verso qualcosa o qualcuno. Può consistere nell'utilizzo di imprecazioni, parolacce e bestemmie, usate anche come intercalare."..a me sentendo e vedendo i video nn mi pare ci sia stata nex offesa, parolaccia, bestemmia o imprecazione..ma soltanto due persone che hanno detto la verità in una maniera educata e conforme al buon costume..anche perche caro mucci tu nn sai che il turpiloquio in luogo pubblico è punito penalmente con una multa..e quindi se davvero fosse stato cosi a quest'ora sarebbero stati multati e condannati..5 righe 2 errori..anzi 2 balle..perche dire che il vaticano tiene una politica razzista nei confronti degli omosessuali, dire che il presidente della repubblica napolitano ogni tanto sonnecchia e firma leggi che rendono lui e altre 3 cariche dello stato immuni dalla giustizia italiana, dire che uno come Pertini nn l'avrebbe mai fatto e che quando a Chiaiano i polizziotti picchiavano le famiglie che protestavano lui era a capri a festeggiare con la moglie di mastella e bassolino che sono fino a prova contraria due indagati..dare dei giudizi su dei fatti..farsi delle domande su chi sia napolitano..chi difenda davvero..e che esempio da..a me nn sembra offendere ma esprimere una propria opinione personale..ma posterò i video degli interventi in modo che tutti possano giudicare liberamente i fatti.. MI DISSOCIO NELLA MANIERA PIU NETTA DALLE PAROLE DI SCUSE PORTE DAL SINDACO MUCCI AL CAPO DELLO STATO E AL PAPA IN NOME DELLA CITTA DI GALLARATE PERCHE IO NN SONO LA CITTA DI GALLARATE E PERCHE NN LE RITENGO NECESSARIE DATO CHE CIO CHE è STATO DETTO RISPECCHIA SEMPLICEMENTE LA REALTA DEI FATTI.
Gallarate si dissocia..IO NO!! 19 กรกฎาคม 19 luglio 1992"La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. "
11 กรกฎาคม Chi non vuole il 41bis
03 กรกฎาคม Legge sulle intercettazioni: primo regalo del governo a crimine e mafia!!Il pm antimafia:"Si torna indietro nella lotta alla mafia"
![]() L'allarme di Ingroia "Con quelle leggi è il deserto del diritto"
"Lo Stato ha tagliato i fondi, da luglio saranno bloccate le intercettazioni" CHIANCIANO TERME - Va al congresso di Sinistra Democratica, prende la parola nel «covo» di comunisti perché «magari è uno degli ultimi spazi di parola per noi magistrati», e demolisce fra gli applausi ad una ad una tutte le ultime sortite di Silvio Berlusconi sul terreno giudiziario. Quindi, Antonio Ingroia, pm antimafia di punta a Palermo, tratteggia la sua allarmatissima radiografia: «Siamo ben oltre ormai le leggi ad personam e l'assedio alla libera informazione. Siamo all'anno zero della legalità, al deserto dei diritti. E purtroppo è in atto un tale meccanismo di assuefazione che neanche ce ne accorgiamo». Standing ovation e abbraccio di Claudio Fava, leader di Sd e amico del magistrato, «mi ha invitato ed eccomi qui - racconta Ingroia, ben consapevole delle polemiche cui rischia di esporsi - ma sono pronto a raccogliere un invito anche da un partito di maggioranza, per andare a spiegare le stesse cose. Non mi ero tirato indietro quando si era trattato di polemizzare anche con Prodi e Mastella». E se la sua analisi sembra richiamare certe tesi del «regime» morbido, care a Bertinotti o a Di Pietro, Ingroia scende nel dettaglio della trincea palermitana per far capire come vanno le cose. Urgente il blocca-processi? Decreto per fermare le intercettazioni? «Non mi pare affatto che siano queste le emergenze. A Palermo, fra un mese, saremo costretti a fermare le intercettazioni. Ma non quelle per le veline. Quelle contro la mafia, quelle che hanno portato in galera Riina e Lo Piccolo. Ma perché nessuna parla di questo?». Succede che, siccome microfoni e apparecchiature per l'ascolto ambientale vengono affittate da privati, e siccome lo Stato ha tagliato i fondi, le ditte non hanno più intenzione di far credito al Palazzo di giustizia di Palermo e quindi hanno annunciato lo sciopero delle intercettazioni da luglio. Però arriveranno i soldati contro le cosche. «Inutile. Funzionò nel '92, oggi non serve a nulla. Oggi che si torna indietro nella lotta alla mafia. Il 41 bis per esempio è solo un fantasma di quel che era». La mafia, denuncia Ingroia, «è tornata nei salotti, ad allearsi con la massoneria, ma di questo non si deve parlare». Il blocco dei processi per un anno? Un favore a Cosa nostra, perché «si fermano i giudizi per bancarotta, usura, estorsione, prostituzione, tutti reati-satellite della mafia». Il silenzio stampa su intercettazioni e procedimenti giudiziari? «Il diritto all'informazione non è dei giornalisti ma dei cittadini. Chissà quanti porti delle nebbie e quanti insabbiamenti facili ora ci dovremo aspettare». Conclusione, sconsolata: «Così si apre un baratro fra istituzioni e cittadini, e la sete di giustizia e verità resta inappagata». 31 พฤษภาคม "Lo avrai, camerata Kasselring..."Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. LO AVRAI CAMERATA KESSELRING IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRA’ A DECIDERLO TOCCA A NOI NON COI SASSI AFFUMICATI DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO NON COLLA TERRA DEI CIMITERI DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI RIPOSANO IN SERENITA’ NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI CHE TI VIDE FUGGIRE MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI PIU’ DURO DI OGNI MACIGNO SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO GIURATO FRA UOMINI LIBERI CHE VOLONTARI SI ADUNARONO PER DIGNITA’ NON PER ODIO DECISI A RISCATTARE LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE AI NOSTRI POSTI CI RITROVERAI MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO CHE SI CHIAMA ORA E SEMPRE RESISTENZA Piero Calamandrei
23 พฤษภาคม 23 maggio 1992
"Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non ha voluto proteggere." Sono le 17,48 quando su una pista dell'aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall'aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c'è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E' la sua scorta, erano stati raggruppati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera.
Una squadra affiatatissima che aveva il compito di sorvegliare Falcone dopo il fallito attentato del 1989 davanti la villa del magistrato sul litorale dell'Addaura. La solita scorta con Antonio, Antonio Montinaro, agente scelto della squadra mobile che, appena vede il "suo" giudice scendere dalla scaletta, infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la pistola. Tutto è a posto, non c'è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull'autostrada che va verso Palermo. Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie. La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani, accanto c'è Antonio, dietro Rocco Di Cillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c'è il giudice che guida, accanto c'è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro l'autista giudiziario, Giuseppe Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l'autostrada, l'aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti. Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita dall'esplosione la Croma marrone non c'è più. La Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine. Fu Buscetta a dirglielo: "L'avverto, signor giudice. Dopo quest'interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E' sempre del parere di interrogarmi?". "Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina."
Resistere, resistere, resistere..Xkè IO nn dimentico!! 03 พฤษภาคม Un magistrato fuori leggeArt. 104 della costituzione:"La magistratura costituisce un ordine AUTONOMO e INDIPENDENTE da ogni altro potere"
Questo signore altro nn è che l'uomo che a Torino nel decennio 70-80 combattè il terrorismo..
l'uomo che dopo le stragi del 92 di Falcone e Borsellino si mise alla guida di una procura ormai distrutta per cercare di rendere giustizia e onore a tutte quelle persone distrutte dal dolore..distrutte della perdita della speranza e della vittoria della mafia nella propria terra..il suo nome è GIAN CARLO CASELLI..
(tratto dal libro "Un magistrato fuori legge")
Non tutti i giudici sono uguali... «Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia. Autorevoli esponenti del centrodestra hanno chiarito pubblicamente che la mia esclusione era da intendersi come un "risarcimento" al senatore a vita Giulio Andreotti, da me ingiustamente "perseguitato" con l’inchiesta aperta nei suoi confronti quando ero Procuratore capo a Palermo. La verità è stata ribaltata. Quell’inchiesta, infatti, ha portato a una sentenza della Corte d’Appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione in modo definitivo e immutabile, che ritiene "commesso" e "concretamente ravvisabile" a carico dell’imputato, fino alla primavera del 1980, il delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra. La sentenza non è di condanna perché prende atto della prescrizione di quel delitto, mentre per i capi d’accusa successivi al 1980 il senatore a vita viene assolto con lo schema tipico dell’insufficienza di prove. Questi sono i fatti. Eppure, una certa politica non ha avuto alcun dubbio su chi fosse da risarcire e chi da colpire. Quello che mi è accaduto per certi profili non è una novità. Chi cerca di fare il proprio dovere in modo libero e indipendente incontra sempre, almeno in certe situazioni, difficoltà e ostacoli. È lunghissimo l’elenco dei magistrati che sono entrati − poco o tanto − in rotta di collisione con il potere contingentemente dominante, perché concepivano il loro ruolo in maniera davvero indipendente, senza ipocrisie, senza strizzatine d’occhio, senza ammiccamenti.Valga per tutti l’esempio di quel magistrato, Aurelio Sansoni, che ritroviamo in una delle pagine più celebri e citate di Piero Calamandrei, in Elogio dei giudici. Scritto da un avvocato (ripubblicato da Ponte alle Grazie nel 1999). Questo magistrato fiorentino ai tempi del fascismo veniva chiamato "pretore rosso". Calamandrei scrive che «non era in realtà né rosso né bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per fare la volontà degli squadristi». Ecco, c’è qui la premessa di un ragionamento su cui ritornerò spesso: il magistrato libero e onesto deve mettere in conto una certa qual sofferenza tutte le volte che, facendo il suo dovere, incontra determinati interessi. Sofferenza che consiste nell’essere accusato di servire una fazione soltanto perché facendo il suo lavoro gli tocca di incrociare gli interessi di una fazione diversa. Ai tempi del fascismo l’ostilità del potere si esprimeva con le squadracce e con la violenza fisica fin dentro le aule di giustizia. Normale per un regime dittatoriale. Con la democrazia le cose sono cambiate e nessuno usa ancora il manganello o l’olio di ricino. Semmai si ricorre al più sofisticato tubo catodico. Ma il ricorso a una legge specificamente mirata contro una persona, apertamente rivendicata come tale, rappresenta una novità assoluta, un salto di qualità negativo. La mia personale reazione è di indignazione e anche di orgoglio. Sono assolutamente convinto che tutto questo accade perché, pur con i miei difetti, i miei limiti e i miei errori, ho sempre e soltanto cercato, con i miei colleghi, di fare il mio dovere, quello che mi sembrava giusto secondo coscienza e secondo le risultanze processuali. Essere colpito per questo, per qualunque magistrato non può che essere motivo di orgoglio. Ma non è una questione personale, almeno non soltanto. Prima della questione personale c’è lo stravolgimento delle regole. La Costituzione (art. 105) riserva esclusivamente al Consiglio superiore della Magistratura il compito di stabilire chi ha i titoli per essere nominato dirigente di un ufficio giudiziario. Se su questo potere interferiscono in maniera decisiva il governo o la maggioranza politica, come è accaduto nel mio caso, c’è uno svuotamento del Consiglio superiore della Magistratura, un’invasione di campo contro le regole più ele-mentari di buon funzionamento dello Stato di diritto. Se poi l’invasione di campo, con lo stravolgimento delle regole stabilite, avviene per due volte – come vedremo: prima con il decreto Vigna e poi con l’emendamento Bobbio – e tutte e due le volte mentre la partita si sta giocando, allora la scorrettezza è ancora più grave. La violazione è doppia: delle regole e della procedura che secondo quelle regole era già cominciata. Quest’ultimo aspetto, insieme all’espropriazione operata nei confronti del Csm, tra l’altro alla base dei dubbi di incostituzionalità sollevati dai provvedimenti contro di me. Il Procuratore nazionale antimafia ha poteri decisamente inferiori rispetto a quelli di qualunque Procura della Repubblica d’Italia. Di regola non compie direttamente indagini, ha compiti di coordinamento e indirizzo delle Direzioni distrettuali antimafia presenti nelle varie Procure italiane. Sinceramente non so che cosa sarei stato in grado di fare se avessi ottenuto l’incarico. Non sono così presuntuoso da considerarmi più bravo di chiunque altro. So però che qualcuno ha voluto impedirmi di partecipare, anche soltanto di provarci. Questo risultato è stato ottenuto grazie a una strategia chiara ed esplicita, perseguita nell’arco di diversi mesi dal governo e dalla maggioranza parlamentare di centrodestra. Senza troppi ostacoli da una parte del Consiglio superiore della Magistratura. Come? Anche in questo caso, è sufficiente lasciar parlare i fatti. Per legge, il Procuratore nazionale antimafia dura in carica quattro anni, eventualmente rinnovabili una volta soltanto, quindi al massimo otto anni. Piero Luigi Vigna era già stato rinnovato e quindi avrebbe dovuto lasciare l’ufficio nel gennaio 2005. In prossimità di questa scadenza, il 4 novembre 2004, il Csm bandisce il concorso per la nomina del nuovo Procuratore nazionale antimafia, come sempre accade quando un posto sta per rimanere scoperto. Vengono presentate numerose domande e tra le tante c’è anche la mia. Il 30 dicembre, però, un decreto legge del governo proroga Vigna per sei mesi, fino al 2 agosto 2005. Oltretutto il decreto è un provvedimento omnibus, dove sono prorogati termini di ogni tipo, dagli enti locali agli artisti di strada. Il testo dice che l’attuale procuratore antimafia «continua ad esercitare le proprie funzioni fino al compimento del suo settantaduesimo anno di età». Un modo davvero curioso di legiferare. La proroga di Vigna ottiene un risultato immediato: fa saltare il concorso già bandito dal Consiglio superiore della Magistratura. Ecco la prima alterazione delle regole a partita in corso. Ma c’è un altro obiettivo: utilizzare i sei mesi di proroga per approvare in via definitiva la legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario. Un punto della riforma stabilisce, per i futuri aspiranti a uffici direttivi, dei nuovi limiti di età. Resta fermo che si va in pensione a 75 anni, ma bisogna garantire almeno due anni pieni di servizio prima del compimento del settantesimo anno di età per chi aspira a dirigere uffici di legittimità, cioè di Cassazione; quattro anni (cioè non avere ancora compiuto 66 anni) per chi aspira a uffici direttivi di primo e secondo grado, in sostanza tutti quelli non di Cassazione, compresa la Procura nazionale antimafia. Fin da quando viene emanato il decreto Vigna, e poi discussa la sua conversione in legge, viene detto in maniera sufficientemente chiara che l’obiettivo è approvare questa normativa per tagliarmi fuori. Perché io sono nato il 9 maggio 1939, quindi ai 66 anni ormai c’ero arrivato. Soltanto che, secondo il classico proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il 3 dicembre 2004 il Parlamento approva la riforma dell’ordinamento giudiziario, ma il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non la pro-mulga e il 16 dicembre la rinvia alle Camere. I tempi così si allungano. Si corre pericolosamente verso il giorno in cui Vigna compirà 72 anni e "scadrà" di nuovo, mentre non è ancora legge il cavillo destinato a tagliarmi fuori dalla possibilità di succedergli. Il Consiglio superiore della Magistratura bandisce per la seconda volta il concorso e io di nuovo faccio domanda insieme ad altri colleghi. Vorrei ribadire una cosa: ovviamente non pretendo che mi spetti fare il Procuratore nazionale antimafia (pur soffrendo di un’accentuata autostima, ho ancora il senso del ridicolo…), dico solo che mi spetta − come spetta a tutti − di essere giudicato senza discriminazioni di alcun genere, alla pari degli altri concorrenti. E tocca solo ed esclusivamente al Csm giudicare chi ha più titoli. Se uno viene tagliato fuori da un intervento esterno al Csm, il concorso è viziato. La riforma torna alle Camere, il tempo stringe, allora il 22 giugno il Senato approva il cosiddetto emendamento Bobbio. Luigi Bobbio è un senatore di Alleanza nazionale, magistrato prestato alla politica, relatore della legge di riforma dell’ordinamento giudiziario a Palazzo Madama. Una riforma che chiunque (giurista o meno) abbia gli occhi non foderati chiama controriforma. Il mio caso ne è la prima applicazione operativa. Se la controriforma serve a comprimere l’indipendenza della magistratura, ecco che si spiega l’attacco a Caselli, l’attacco a un magistrato che ha interpretato il suo ruolo in maniera indipendente. Colpirne uno per ammonirne decine e decine di altri. A che cosa serve l’emendamento Bobbio? Va ricordato che la riforma dell’ordinamento giudiziario è una legge delega. Quindi, una volta approvata dal Parlamento e promulgata dal capo dello Stato (che al secondo esame è in pratica obbligato a firmarla), non entra immediatamente in vigore. Ci vuole altro tempo, per l’approvazione dei decreti delegati via via emanati dal ministero della Giustizia. L’emendamento Bobbio serve ad anticipare l’entrata in vigore dello sbarramento a mio danno: stabilisce che la norma dei due e dei quattro anni di servizio da garantire prima del compimento dei 70 è immediatamente operativa, senza bisogno (a differenza di tutte le altre norme del nuovo ordinamento giudiziario) di decreti delegati. Il senatore Bobbio dichiara apertamente che il fine vero è proprio quello di mettermi fuori gioco, di impedirmi di concorrere alla Procura nazionale antimafia: «Certo che il mio emendamento serve a escludere questa ipotesi, lui non merita quell’incarico», dichiara Bobbio il 28 giugno. Già qualche mese prima, il 2 febbraio, durante la discussione della riforma dell’ordinamento giudiziario, aveva anticipato apertamente il concetto: «Voglio essere sicuro che il successore di Vigna non sia Caselli perché quest’ultimo non mi sembra presentare le necessarie caratteristiche di imparzialità». Lo aveva preceduto, il 27 gennaio, il senatore Antonino Caruso, anche lui di An: «Gli sforzi per lasciare Vigna al suo posto sono finalizzati soprattutto a evitare che il suo sostituto diventi Caselli». La riforma, emendamento Bobbio compreso, viene approvata definitivamente dal Parlamento il 20 luglio e promulgata dal presidente Ciampi il 26. Al Csm i concorsi vanno avanti, ma tutti i candidati che si ritrovano all’improvviso oltre i nuovi limiti di età ne sono esclusi. Non solo io, anche tanti altri. Si calcola che siano oltre seicento. Qualcuno ha scritto non "la carica", ma la "discarica dei seicento". Pur di colpire me, sono stati travolti seicento colleghi, per così dire, "incolpevoli". Vale la pena di aggiungere che appena otto giorni prima dell’approvazione della riforma in Parlamento, la commissione competente del Csm aveva espresso il proprio voto sulla nomina del nuovo Procuratore antimafia: era finita tre a tre. Il "laico" rappresentante del centrodestra ed i "togati" di Magistratura indipendente e di Unità per la costituzione avevano votato per Pietro Grasso, il mio successore al vertice della Procura di Palermo; il "laico" del centrosinistra e i rappresentanti di Magistratura democratica e del Movimento per la giustizia avevano votato per me. Eliminato come abbiamo visto il sottoscritto, nell’ottobre 2005 Grasso è diventato il nuovo Procuratore nazionale antimafia. Questa legge contra personam, proprio perché destinata a sovvertire le regole stabilite a partita in corso, è semplicemente inconcepibile in uno Stato di diritto. Assume una gravità ancora maggiore alla luce delle motivazioni con le quali diversi esponenti del centrodestra l’hanno pubblicamente rivendicata. Il senatore di Forza Italia Guglielmo Castagnetti è stato di una brutalità e di un candore che gli fanno persino onore. Ha detto quello che pensavano in molti senza preoccuparsi di verificare se la cosa stesse in piedi. Ha dichiarato che sbarrarmi la strada era cosa buona e giusta per «confermare, con quel voto, stima, deferenza e solidarietà al collega Giulio Andreotti e simbolicamente risarcirlo di dieci anni di persecuzione giudiziaria» (Ansa, 16 agosto 2005). Una punizione a me per ricompensare la vittima innocente, questo è il concetto. Giuseppe Gargani, che di Forza Italia è eurodeputato e responsabile del settore giustizia, è stato un po’ meno rozzo nell’esprimere lo stesso concetto sul Riformista del 19 agosto: «Posso dire a nome di Forza Italia, ma credo anche di tutta la maggioranza parlamentare, che noi abbiamo valutato la dimensione politica del problema, che voglio esprimere con molta chiarezza e schiettezza. Il dottor Caselli non è vittima di una discriminazione, ma rappresenta una linea di contrasto alla mafia non più convincente e non più accettabile». L’uno e l’altro dimenticano − ripetiamolo − che la Corte di cassazione ha confermato, con pronunzia irrevocabile, che il senatore Andreotti ha commesso il delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra fino alla primavera del 1980 e non è stato condannato soltanto per intervenuta prescrizione. Sono forse questi i fatti a cui si riferisce il senatore Bobbio quando afferma di volermi bloccare in quanto «magistrato con propensione a coltivare trame investigative sconfessate dai tribunali» (Agi, 21 luglio)? Perciò dovrei essere punito per aver fatto il mio dovere, per avere avuto, processualmente parlando, ragione. Ragione consacrata dalla suprema Corte di cassazione. Se non ci fosse una disinformazione totale (ecco un’altra anomalia della stagione che stiamo vivendo) queste cose farebbero rizzare i capelli in testa a tutti. E chi osasse dirle si squalificherebbe. Basta leggere la sentenza (ne parleremo più diffusamente fra poco) per vedere in quali episodi si ritiene sia stato coinvolto il senatore Andreotti fino al 1980. Anticipiamo un punto: i giudici che hanno dichiarato estinto per prescrizione il delitto commesso (associazione a delinquere) sostengono che l’imputato ha discusso con i mafiosi «fatti criminali gravissimi da loro perpetrati… senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati». I giudici si riferiscono tra l’altro all’omicidio di Piersanti Mattarella, un uomo politico onesto, il leader della Democrazia cristiana in Sicilia. Perciò quelli che sostengono che abbiamo fatto il processo non al senatore Andreotti ma alla Democrazia cristiana dovrebbero spiegarmi per favore una cosa: a Piersanti Mattarella avevano tolto la tessera o era ancora democristiano quando la mafia lo uccise? Noi facciamo processi a singole persone per fatti specifici, indipendentemente dalla loro collocazione politica e dal loro status. Usare due pesi e due misure sarebbe illegale e scorretto − ancorché comodo − e farebbe perdere credibilità a tutte le altre inchieste (anche quelle che hanno consentito alla magistratura palermitana del dopo stragi di infliggere ben 650 ergastoli per delitti di mafia). È indegno, solo perché sono in ballo imputati "eccellenti", impiegare slogan privi di consistenza per svilire un’ attività giudiziaria doverosa a capitolo di un gioco della politica; un gioco in cui i magistrati sarebbero semplici pedine, asservite a strategie eterodirette e finalizzate alla supremazia di una parte contro l’altra. Si può davvero pensare che i rapporti fra mafia e politica − in Italia, in Sicilia − siano un’ invenzione interessata? Ecco perché la controriforma dell’ordinamento giudiziario non è altro che la cornice dentro la quale la mia vicenda va perfettamente a incastrarsi. Non è una riforma della giustizia, ma dei giudici, perché disegna un nuovo modello di magistrato le cui caratteristiche sono quelle del conformista-burocrate. Questo traguardo si raggiunge attraverso diversi passaggi. Primo, una robusta riduzione dei poteri del Consiglio superiore della Magistratura, che in concreto si sperimenta per la prima volta nel mio caso. Poteri che vengono in parte attribuiti a organismi estranei, a forte condizionamento ministeriale. Questi poteri riguardano il reclutamento, la progressione in carriera, la nomina agli uffici direttivi. La conseguenza è questa: se non se ne occupa in via esclusiva il Csm, come impone la Costituzione, se ne occupa qualcun altro. Il Csm è declassato e l’argine dell’indipendenza della magistratura che esso costituisce viene abbassato. Secondo, la carriera dei magistrati viene costruita su una successione di 13 o 15 fra concorsi ed esami, che però non servono a misurare la capacità di fare bene il giudice, ma piuttosto l’omogeneità a un certo sentire. Terzo, il nuovo ordinamento prevede un fortissimo controllo interno alla magistratura. Il Procuratore capo è una specie di mandarino, padrone di tutto. I magistrati del suo ufficio sono sostanzialmente dei sudditi. Il che significa, tra l’altro, cancellazione di qualunque spazio per quell’azione penale diffusa che in questi anni ha tutelato interessi fondamentali: salute, ambiente, sicurezza sul posto di lavoro. Quarto, il nuovo ordinamento introduce incisive forme di controllo del ministro sull’attività giudiziaria, persino nel momento dell’interpretazione della legge. E soprattutto, quinto passaggio verso il giudice conformista-burocrate, la controriforma mette il bavaglio a qualunque attività extragiudiziaria dei magistrati sgradita al governo. Potrà darsi ad esempio che non sarà più consentito partecipare a iniziative politiche antimafia che osino criticare le scelte operate dalla maggioranza. Le formule che prevedono gli illeciti disciplinari sono spesso tanto generiche quanto vaste, ci potrà stare tutto e il contrario di tutto, a discrezione del Ministro in carica. Non importa ovviamente il colore di chi governa, è una questione di regole, princìpi, democrazia: a me interessa che il magistrato, quale che sia la maggioranza politica del momento, possa partecipare liberamente al dibattito politico e non possa essere condizionato più di tanto nell’esercizio delle sue funzioni. Nella controriforma dell’ordinamento giudiziario non c’è la separazione delle carriere, ma siamo all’imbocco della strada che porterà inevitabilmente lì. Attenzione: separazione delle carriere è cosa ben diversa dalla separazione delle funzioni. Che il magistrato che ha svolto le funzioni di pm non possa − il giorno dopo − passare alle funzioni di giudice nello stesso tribunale, e viceversa, è cosa ormai irreversibilmente acquisita. Separazione delle carriere significa invece che la stessa persona non potrà mai essere pm se è stato giudice, o giudice se è stato pm. In linea teorica, della separazione si può pensare quel che si vuole. Ma è un dato di fatto che in tutti i paesi del mondo in cui vige, la separazione significa sempre una cosa: in un modo o nell’altro, il Pubblico ministero prende ordini o
direttive dal potere esecutivo, o deve assecondarne gli orientamenti. Il che contrasta senza rimedio con il libero e indipendente esercizio della giurisdizione. Se un Pubblico ministero può fare solo certe indagini, il magistrato giudicante potrà anche essere libero, ma se certi fatti non arriveranno mai al suo esame, la sua libertà si riduce a una scatola vuota. E poi, conviene la separazione nel nostro paese, caratterizzato ancora da corruzione, da rapporti tra mafia e politica, da personaggi autorevoli che vorrebbero difendersi non "nel" ma "dal" processo, attaccando sistematicamente i giudici e contando sulla possibilità di essere favoriti da leggi ad personam? Conviene, in una situazione come questa, che il Pubblico ministero prenda ordini dall’esecutivo? Conformismo e burocrazia sono nemici giurati della ricerca della verità a trecentosessanta gradi, che è faticosa ma anche rischiosa ogni volta che entrano in ballo interessi che non ci stanno a essere uguali agli altri. Il magistrato conformista-burocrate tende a non vedere, o se vede cerca la soluzione accomodante. Il magistrato non conformista, non burocrate, vede quello che scienza e coscienza gli impongono di vedere; magari senza entusiasmo e con fatica, perché a nessuno piace sapere che gli arriveranno addosso palate di fango solo perché si fa il proprio dovere. Nel momento in cui si dice, sfacciatamente, che l’emendamento Bobbio contro Caselli serve per sbarrare la strada a uno che ha osato processare Andreotti, quando Andreotti è stato riconosciuto responsabile, fino al 1980, del delitto ascrittogli con sentenza confermata dalla Cassazione, ecco che si sperimenta per la prima volta in un caso concreto − che fa notizia − il nuovo programma, scritto nell’ordinamento giudiziario riformato: tagliare le unghie ai magistrati. Mai più Tangentopoli, mai più inchieste su mafia e politica senza se e senza ma. Penso che una certa politica abbia fatto un ragionamento preciso. Andiamo addosso a Caselli, in maniera anche ostentata, conclamata, così tanti altri magistrati faranno inevitabilmente questa riflessione: se capita questo a Caselli, che bene o male è conosciuto, va sui giornali, ha chi lo difende, a me che non mi conosce nessuno, chi mi protegge? Che cosa mi capita se mi trovo a occuparmi di faccende scottanti? Allora anche il più coraggioso e onesto dei magistrati − e sono la stragrande maggioranza − può essere tentato di abbassare il profilo, o almeno c’è questo rischio. È qui che secondo me il Consiglio superiore della Magistratura avrebbe dovuto puntare i piedi. Perché prendere posizione sul mio caso sarebbe stato un modo efficace per difendere l’indipendenza della magistratura. Non mi sembra che per alcune componenti del Consiglio questo sia avvenuto. Nell’ultima fase della procedura per la nomina del Procuratore nazionale antimafia sono accaduti alcuni fatti singolari. È accaduto, in particolare, che vari componenti laici del Csm, area Casa delle libertà, abbiano detto e ripetuto pubblicamente che c’era ormai un accordo di maggioranza per votare in plenum un candidato diverso da me. (Tutto in base a quella "regola del 13" che funziona in maniera spesso nefasta, quando i togati di Unità per la Costituzione e di Magistratura indipendente si alleano con i laici della Casa delle libertà e fanno blocco per ottenere i risultati voluti, talora assai discutibili nel merito, a colpi di maggioranza − 13 voti, appunto, su 24). I componenti togati indicati come par-tecipi dell’accordo a me sfavorevole, non solo non hanno mai smentito, ma hanno di buon grado sottoscritto un documento congiunto con i membri laici che di quell’accordo non avevano fatto mistero − attenzione, proprio nello stesso giorno in cui il governo poneva la fiducia sulla riforma dell’ordinamento giudiziario −; poi hanno votato tutti e 13 insieme – una volta che riforma ed emendamento Bobbio erano passati – una curiosa richiesta di plenum straordinario per nominare subito il Procuratore nazionale antimafia (solo questo, mentre c’erano tanti altri concorsi aperti). Trascurando la circostanza che la pratica del Pna era ancora in Commissione direttivi. Quindi muovendosi (sempre d’intesa con i suddetti membri laici) prima del deposito della relazione sul mio conto, e dunque prima ancora che i consiglieri estranei alla Commissione direttivi potessero conoscere gli elementi a me favorevoli al fine di compararli con altri. È un po’ come se un giudice pretendesse di andare a sentenza senza sentire l’accusa e la difesa. Mi sembra che alcune componenti del Consiglio non si siano comportate nei miei confronti con la dovuta serenità. Nella relazione di sostegno al procuratore Grasso depositata il 18 luglio, il relatore Wladimiro De Nunzio (magistrato di Unicost) ha scritto che «il dott. Caselli si è affacciato alle funzioni requirenti solo dal 1993…». "Requirenti" significa, in sostanza, investigative. Evidentemente, lavorare praticamente a tempo pieno, per una decina d’anni, a inchieste contro la criminalità terroristica; mandare a processo i capi storici delle Brigate rosse; smantellare questa banda armata e Prima Linea, come ho contribuito a fare vent’anni fa da giudice istruttore a Torino, non è sufficiente neanche per riconoscermi di essermi almeno "affacciato" a una funzione requirente prima del 1993! E poi: ho chiesto di andare a Palermo subito dopo le drammatiche stragi di Capaci e via d’Amelio del 1992; ho trovato un ufficio disastrato e con il concorso di tutti l’ho ricostruito; facendo squadra con i colleghi abbiamo realizzato risultati importanti, superando ostacoli enormi e raccogliendo la scomoda eredità di Falcone e Borsellino. Di tutto questo nella relazione del dott. De Nunzio non vi è traccia, limitandosi essa a osservare che «le funzioni requirenti sono state svolte dal dott. Caselli soltanto per sei anni (che poi sono quasi sette, nda) come Procuratore della Repubblica di Palermo…». La mia conclusione è che la procedura per la nomina del Procuratore nazionale antimafia sia stata viziata per ragioni esterne dal Csm, e che nel Csm la maggioranza (Unità per la Costituzione e Magistratura indipendente alleati ai laici della Casa delle libertà) si sia assai poco preoccupata di contrastare le manovre contro di me. E mi chiedo se in questo modo si sia reso un buon servizio alla tutela dell’indipendenza della magistratura». Xkè IO nn dimentico!! 30 เมษายน Pio La Torre"La mafia è un fatto umano e come tale ha un inizio e avrà anche una FINE" ![]() Palermo, mattina del 30 aprile 1982. Nell’auto guidata da Rosario Di Salvo, il segretario regionale del Pci Pio La Torre sta raggiungendo la sede del partito. Alla macchina si affiancano due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano diecine e diecine di colpi contro i nostri due compagni. Rosario Di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e di sparare cinque colpi. Ma è tutto inutile. La Torre è morto all’istante, Di Salvo boccheggerà pochi istanti, tutti e due barbaramente sfregiati, orribilmente scomposti. Si consuma così uno dei più gravi attentati politico-mafiosi di una terribile stagione siciliana destinata ad eliminare presidenti di regione e ufficiali dei carabinieri, commissari di polizia, magistrati, giornalisti.
Xkè IO nn dimentico!! 21 เมษายน RESISTERE!"Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo"
A "Nonno Nino", a TUTTI gli Uomini che hanno dato la vita e forse di più in nome della Giustizia e a coloro che tuttora lottano con coraggio per l'affermazione della verità, per un Italia migliore, più onesta, più LIBERA..voglio lasciare un messaggio..
Resistere, resistere, resistere..Xkè IO nn dimentico!
25 Aprile V2-Day
"Libera informazione in libero Stato"
IO CI SARO'!!!
CHIUNQUE SIA INTERESSATO A FIRMARE IL REFERENDUM ABROGATIVO PROPOSTO AL V2-DAY MI CONTATTI!!!
15 มีนาคม NumbLa rabbia è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia; perché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore.. Bisogna esserne avari!!! 11 มีนาคม Falsi amici o Veri nemici???Primato della politica o del «papello»?
Vinte le elezioni del 18 aprile '96, il centrosinistra butta a mare il suo programma elettorale - le «Cento tesi» di Prodi, piene di ottimi propositi per una giustizia rapida ed efficiente - per sposare quello del Polo, scritto di suo pugno da Cesare Previti in un agile e profetico libretto verde dal titolo Un programma per la giustizia. La realizzabile utopia di un'Italia più civile. Nel quinquennio 1996-2001, quasi tutte le proposte avanzate nei primi anni Novanta da Riina nel cosiddetto «papello» (di cui parlano alcuni pentiti), riservato ai referenti vecchi e nuovi di Cosa Nostra, già fatte proprie da vari esponenti del Polo nel '94 ma non realizzate per mancanza di tempo, balzano all'ordine del giorno dell'agenda politica e vengono in gran parte attuate. Con maggioranze bulgare, che vanno dall'estrema destra all'estrema sinistra (salvo poche, lodevoli eccezioni). L'elenco dei provvedimenti che complicano la vita ai magistrati, ai pentiti e ai testimoni, e la agevolano ai delinquenti, soprattutto mafiosi, sarebbe sterminato. Basta ricordare, il 10 luglio '97, la depenalizzazione dell'abuso d'ufficio non patrimoniale, che lascia le mani libere agli amministratori scorretti; e, alla fine dello stesso mese, la riforma dell'articolo 513 del codice di procedura penale, che cestina le dichiarazioni rese dai coimputati (pentiti inclusi) dinanzi ai pm, se non vengono ripetute in tribunale. Se l'accusatore non si presenta in aula, o fa scena muta avvalendosi della facoltà di non rispondere, l'accusato viene quasi sempre assolto. La mafia abolita per legge, s'intitola un durissimo editoriale di Caselli sulla «Repubblica». Diversi esponenti del centrosinistra chiedono le dimissioni del procuratore. Il 2 novembre '98 la Consulta dichiara il nuovo 513 incostituzionale. Ma in men che non si dica il Parlamento pressoché unanime lo infila addirittura nella Costituzione (nuovo articolo 111, che introduce i cosiddetti «principi del giusto processo»): il primo caso di una norma incostituzionale che entra nella Costituzione. La norma, sebbene richieda la doppia lettura sia alla Camera sia al Senato, viene definitivamente approvata a tappe forzate in otto mesi o poco più: prima votazione al Senato il 24 febbraio '99, seconda approvazione alla Camera il 9 novembre. Un plebiscito: votano contro soltanto in sei. Risultato: le dichiarazioni di accusa dovranno essere ripetute in tribunale. Altrimenti quelle rese in fase d'indagine diventano carta straccia. Con gravissimi danni per i processi di mafia, dove è difficile vedere un testimone confermare le accuse in faccia a un boss mafioso che lo scruta dalla gabbia. Infatti sono centinaia quelli che, in aula, ritrattano oppure tacciono, preferendo un'incriminazione per reticenza a una vendetta dei picciotti. Che, intanto, vengono assolti con tante scuse in moltissimi processi. Caselli - nel frattempo passato alla direzione delle carceri - torna a scrivere, sempre sulla «Repubblica», contro il giusto processo. Boselli, Cossiga e La Malfa - tutti alleati del governo D'Alema - tornano a chiedere le dimissioni di Caselli. In contemporanea, parte l'assalto del Polo e di ampi settori «garantisti» dell'Ulivo contro l'articolo 192, quello che consente al giudice, nel suo libero convincimento, di utilizzare come prova la «convergenza del molteplice»: ossia le dichiarazioni «incrociate» e coincidenti di due o più pentiti, che si integrano e si riscontrano a vicenda, purché, si capisce, siano state rese autonomamente e separatamente. Così è avvenuto al maxiprocesso e nei tanti altri dibattimenti istruiti da Falcone e Borsellino. E così la Cassazione ha più volte sentenziato: a cominciare dal verdetto del gennaio 1992, che ha reso definitive le condanne del «maxi». Complici tutti questi «segnali», il clima politico intorno alle indagini di mafia è pessimo. Non passa giorno senza che qualcuno attacchi i magistrati e i pentiti. Si distingue nel tiro al bersaglio la massima autorità del ramo: il presidente della commissione Antimafia, il socialista Ottaviano Del Turco, preferito a candidati come Pino Arlacchi e Pietro Folena nonostante la sua totale incompetenza in materia (o forse proprio per questa). Appena accennano a qualche intoccabile, i pentiti diventano inattendibili, pilotati, prezzolati, calunniatori. Ed è unanime convinzione che siano troppi e costosi, insomma, che vadano sfoltiti. A questo provvede una gestione sconcertante della commissione ministeriale (presso il Viminale) sui collaboratori e i testimoni. Vengono espulsi a decine, anche per minime violazioni formali, dai programmi di protezione: in pratica riconsegnati fra le braccia delle organizzazioni criminali, ben felici di riaccoglierli nelle proprie file. Altri, abbandonati dallo Stato o mal sorvegliati dalle forze dell'ordine, tornano ben presto a delinquere: regalando così altra legna al falò «garantista». Il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick decide di chiudere le supercarceri di Pianosa e dell'Asinara, come da anni chiedeva il Polo, per restituirle al turismo d'élite. Spariscono così i simboli del 41 bis, peraltro progressivamente addolcito e dunque «svuotato» anche in seguito a sentenze della Consulta (isolamento meno rigido, ora d'aria più «socializzante», qualche telefonata in più a casa). La legge del 1998 sulla privacy contiene una norma che disarma i magistrati di un altro strumento investigativo indispensabile: i tabulati telefonici, che d'ora in poi dovranno essere distrutti dai gestori (Telecom, Omnitel e così via) dopo soli cinque anni. Il che significa che le indagini sulle stragi del 1992 93, superato il quinquennio, devono continuare senza. Se, passata la scadenza, dovessero emergere sospetti su questo o quel personaggio non ancora sfiorato da indagini, nessuno potrà sapere a chi telefonava nei giorni della mattanza. Massimo e Silvio, i ricostituenti.Il 22 gennaio 1997 nasce la commissione Bicamerale per la riforma della seconda parte della Costituzione, sotto la presidenza bipartisan di Massimo D'Alema (votato anche da Forza Italia e dal Ccd). Dell'illustre consesso di padri costituenti fa parte anche, al tavolo d'onore, il pluri-imputato Silvio Berlusconi. Il presidente Scalfaro, fiutando l'aria che tira, ha avvertito i neocostituenti fin da prima che s'insediassero: «La Bicamerale non perda tempo con la giustizia e si occupi delle riforme di sua competenza» (30 novembre 1996). E infatti la giustizia non è neppure prevista dalla legge costituzionale che istituisce la commissione, approvata il 24 gennaio 1997: La Commissione elabora progetti di revisione della parte seconda della Costituzione, in particolare in materia di forma di Stato, forma di governo e bicameralismo, sistema delle garanzie. Quattro temi, quattro comitati che prendono nome da quattro dei cinque «titoli» della seconda parte della Costituzione. Manca proprio quello denominato «Magistratura». Che dunque non è previsto fra le competenze della Bicamerale, come precisa lo stesso presidente in pectore D'Alema: «Le grandi questioni all'ordine del giorno sono federalismo, parlamentarismo, forma di governo» (17 luglio 1996). Berlusconi subito lo avverte: «Vi accorgerete dell'incombente drammaticità del tema giustizia» (10 ottobre 1996). Ma D'Alema sembra non sentirci: «Sulla giustizia non vedo questioni costituzionalmente rilevanti» (18 ottobre 1996). Giuliano Ferrara però ordina: La giustizia è il problema numero uno. Il capo dell'opposizione [Berlusconi, N.d.A.] viene sistematicamente perseguitato dai giudici. D'Alema deve [...] intervenire per fermare gli aggressori. Se no D'Alema e i suoi si possono scordare tutto: le pensioni, l'ingresso in Europa, le riforme costituzionali, tutto. Basterebbe poco per rimettere in riga i pm [...] sotto controllo della politica. Vedrete che la sinistra qualcosa concederà. Ed è un ottimo profeta. L'11 febbraio 1997 D'Alema si rimangia tutto e proclama: «Il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la Commissione». Il 23 Berlusconi scomoda Dante per dargli ragione: «La giustizia in Bicamerale? Qui si parrà la nobilitate dei signori dell'Ulivo. Per fortuna il clima è molto positivo». Lo dimostra la creazione di un comitato denominato «Sistema delle garanzie» che abusivamente riformerà la magistratura. Dov'è il trucco? Nel fatto che la Costituzione, sotto il titolo «Garanzie costituzionali», non si occupa mai di magistratura, ma della Consulta e delle leggi costituzionali. Infilarci la magistratura è un abuso. A completare il quadro del «clima molto positivo» (per Berlusconi) è la nomina del relatore di quel comitato: il verde Marco Boato, ex lottatore continuo, ex radicale, ex socialista, sempre critico con la magistratura, sostenitore della separazione delle carriere e della discrezionalità dell'azione penale, nonché fondatore con il forzista Marcello Pera di un sedicente «Comitato per la giustizia» che consente al «Foglio», diretto da Giuliano Ferrara ed edito da Veronica Berlusconi, di attingere ai finanziamenti statali della stampa di partito. Boato partorirà ben sette bozze sulla giustizia, molto applaudite dal Polo e molto criticate dall'Anm e dalle Procure più impegnate, ma anche dai più insigni giuristi e costituzionalisti, oltreché dal presidente Scalfaro. In sintesi, l'ultima bozza Boato prevede: la gerarchizzazione delle Procure; lo sdoppiamento del Csm in due sezioni, una per i pm e una per i giudici, le cui carriere vengono di fatto separate; l'aumento dei membri laici (politici) a discapito dei togati (magistrati); la riduzione dei poteri del Csm e l'aumento delle interferenze del ministro della Giustizia nell'azione giudiziaria; l'obbligatorietà dell'azione disciplinare, affidata a un procuratore generale eletto dal Senato (cioè gradito alla politica), il quale «riferirà annualmente al Parlamento sull'esercizio dell'azione disciplinare»; i magistrati non risponderanno più disciplinarmente al Csm, ma a una «Corte di giustizia della magistratura» presieduta da un politico; la fine dell'obbligatorietà dell'azione penale, visto che «il ministro della Giustizia riferisce annualmente al Parlamento sull'esercizio dell'azione penale e sull'uso dei mezzi di indagine», e visto che saranno punibili solo i reati che determinano «una concreta offensività»; i pm non potranno più avviare indagini motu proprio, ma dovranno limitarsi ad attendere le denunce della polizia giudiziaria (che dipende dal governo) e di cittadini volonterosi. Completa il quadro un'altra norma, prevista dalla bozza sulla riforma del Parlamento: la maggioranza per le amnistie scende dai due terzi al 50% più uno. Quando legge il lavoro di Boato, Licio Gelli dichiara entusiasta: Vedo che, vent'anni dopo, questa Bicamerale sta copiando pezzo per pezzo il mio Piano di rinascita democratica, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Anche la sinistra sta sposando la mia causa. A quella fonte purissima si stanno abbeverando tutti, dopo avermi perseguitato come golpista per tanti anni [...]. Mi dovrebbero dare il copyright. Il 30 ottobre 1997 tutti i partiti, eccetto Rifondazione comunista, approvano la bozza Boato in Bicamerale. Ora la palla passa al Parlamento. Il 14 febbraio 1998 Paolo Flores d'Arcáis raccoglie su «MicroMega» le firme contrarie di Bobbio, Galante Garrone, Montanelli, Bocca, Sylos Labini, De André, De Gregori, Stajano, Baricco, Starnone, Tabucchi, Vattimo, Del Colle e Sansa. L'Anm è in agitazione. Borrelli e Caselli parlano di sistema «incostituzionale» per le enormi lesioni all'indipendenza della magistratura. I procuratori Scarpinato e Cordova evidenziano le analogie con il piano della P2. Il 22 febbraio Gherardo Colombo rilascia un'intervista al «Corriere della Sera», dal titolo: Bicamerale, figlia del ricatto. E subisce assalti forsennati più da sinistra (D'Alema, Mussi, Folena, Boato, Salvi) che da destra. I presidenti delle Camere, Violante e Mancino, lo attaccano in un comunicato congiunto. Il ministro Flick lo fulmina con un procedimento disciplinare, da cui verrà assolto. Il 27 maggio 1998 - quando i giochi sembrano fatti - Berlusconi annuncia di aver cambiato idea: in Parlamento voterà contro i progetti della Bicamerale. Il presidenzialismo gli pare troppo annacquato e la controriforma della giustizia non gli basta più. Vuole l'amnistia per sé e i suoi amici, ma né An né una parte del centrosinistra sono disposti a pagarne il prezzo d'impopolarità. Che fosse l'impunità, più che la Grande Riforma, il suo vero obiettivo lo fanno chiaramente intendere i suoi più stretti collaboratori, che parlano di un accordo firmato sottobanco fra destra e sinistra e accusano «qualcuno» di essersi tirato indietro. Rivela Giuliano Ferrara: Fu stipulato un patto, nel gennaio '97, che ha resistito per oltre un anno: l'opposizione collabora lealmente a fare le riforme istituzionali, la maggioranza accetta un programma di restaurazione dello Stato di diritto e garantisce il leader dell'opposizione dall'agguato giudiziario.
LA STORIA TORNA A RIPETERSI 11 ANNI DOPO 1997 - Massimo e Silvio 2008 - Walter e Silvio
25 Aprile V2-Day IO ci sarò!!!
06 มีนาคม IMPONENTEIMPONENTE..e secondo me ancora nn basta per descrivere cio che se visto in questo video..nn era mai successo nella storia della "repubblica" che qualcuno in UNA SOLA giornata e SENZA MEZZI DI COMUNICAZIONE PUBBLICI cioè senza TV,giornali,media e quant'altro..ma solo con l'ausilio della rete sia stato in grado di riunire sotto un unica bandiera.. quella della DEMOCRAZIA..cosi tanta gente e raccogliere cosi tanti consensi per un iniziativa di legge popolare..ben 350.000 firme..e solo 350mila perche erano finiti i moduli..tutte certificate, depositate e portate in parlamento dalla casta..nn era mai successo..bene..RIACCADRA..il 25 Aprile 2008 nelle piazze d'Italia..scenderemo ancora in piazzia per far sentire la nostra voce..la voce della DEMOCRAZIA e dell'Italia della LEGALITA..quella fatta dalle persone che nn accettano questo regime di DITTATURA fittizzia che ci governa..quella che nn accetta la morte di tante persone innocenti che hanno dato la vita per difendere questo paese, i suoi valori e la gente ONESTA e che di sicuro nn lo volevano ridotto cosi..quella che nn sopporta che tuttoggi persone che fanno solo il loro lavoro nel modo piu giusto possibile vengano denigrate,isolate e distrutte solo per fare silenzio e poter continuare a operare nell'omertà piu assoluta..quella che se resa conto che DESTRA e SINISTRA nn esistono piu..sono solo parole dette a caso..sulla legge elettorale nn hanno trovato una maggioranza..sui dico nemmeno..sulla legge per regolare il conflitto di interessi nn parliamone..ma quando ce da salvarsi il culo come previti condannato per mafia..berlusconi che se tolto il comma dell'art sul falso in bilancio che lo avrebbe incastrato..o proteggersi da qualche magistrato che si mette in testa di applicare quel sacro principio "LA LEGGE è UGUALE PER TUTTI"..ci si unisce tutti..DESTRA, SINISTRA..indifferente..e la maggioranza è fatta..e si votano INDULTO,LEGGI AD o CONTRAM PERSONAM(dipende se ce da proteggersi o da distruggere qualche persona che mina la PAX MAFIOSA) e RIFORMA DELLA GIUSTIZIA che ha consegnato la magistratura nelle mani della politica (come se nn bastava avere meta CSM fatto di esponenti dei partiti) e nn piu in quelle della legge come recita la nostra costituzione che ormai è presa a picconate quotidianamente..questa a casa mia si chiama..MAFIA..e ha preso il potere da molti anni ormai..
Il 25 Aprile si festeggia il giorno della liberazione che in realtà nn ce mai stata..xkè il fascismo per quanto sia stato orribile almeno era alla luce del sole..la gente lo sapeva..e alla fine la vinto..liberandosene..e intanto nn se accorta che un altro nemico con gli anni se inserito nella società..ASSASSINO..CORROTTO..COMPLICE..ma cn il passare degli anni e l aumentare degli attacchi e delle minacce al suo potere soprattutto SILENZIOSO..il silenzio permette di nascondere la verità e di continuare a fare i propri interessi e accumulare potere senza farsi sentire da nex e quindi creare reazioni..bene..ce chi a questo gioco del silenzio,dei favori e delle complicità..nn ci sta piu..ce un Italia..che nn lo accetta piu..e che il 25 Aprile scenderà nelle piazze per far sentire la sua voce..per gridare la verità nella sua purezza..e per chiedere che coloro che la nascondono e che coprono questi interessi e favoriscono il silenzio di questa mafia siano lasciati senza il sostegno economico necessario a sopravvivere..in modo che per vivere nn dovranno piu favorire qualcuno per prendere denaro ma soltanto dire la verità e chi nn lo farà vorra dire che nn servirà..soltando quando le cose si sanno per quello che sono realmente si possono affrontare e cambiare le situazioni..altrimenti tutto resta cosi comè!!!
"Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene"
25 Aprile V2-Day
IO ci sarò!! 21 กุมภาพันธ์ LA FORZA DELLA VITAIl 1° bacio con la lingua è un 8 nella scala della felicità..un bambino che fa lo sgambetto alla morte è un 10..questo mondo non va oltre il 4.5!!! 16 กุมภาพันธ์ La pubblicità della MAFIA!!!30 มกราคม SACRIFICIOQuesta nn è cocciutaggine di un uomo o follia..è cocciutaggine se hai torto..ma se uno ha ragione è fedeltà ai propri principi..e nella vita nn ce niente di piu difficile che restare sempre fedeli a se stessi e alle proprie idee e sostenerle..un uomo deve fare ciò che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli, le pressioni o i sentimenti..seguendo esclusivamente i principi di verità e giustizia..nient'altro..ma per farlo bisogna mettere in conto una cosa importante..la rinuncia di tutto cio che nn segue questi principi..qualunque cosa,persona o emozione..verità e giustizia nn ammettonno nessuna riserva..e a volte come in questi casi si resta soli..soli con la fede in se stessi e con i principi che si sono sostenuti..e si muore..si muore perche si è privi d sostegno o perche si è entrati in un gioco troppo grande che da soli nn si puo vincere..ma sapete cosè che manda avanti persone cosi??..che gli fa affrontare tt cio??e che la mattina quando ti alzi e sei solo tu davanti allo specchio..si guardano..e possono farlo insieme alla loro coscienza senza doverla nascondere o ignorarla..ed è una cosa che pochi possono fare perche è una cosa che richiede SACRIFICIO!!! LETTERA DI De Magistris
“Già da alcuni mesi avevo deciso - seppur con grande rammarico - di dimettermi dall'Associazione nazionale magistrati. I successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere. Adesso è il tempo che 'tutti i nodi vengano al pettine'. Vado via da un'associazione che non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta - con le condotte ed i comportamenti di questi anni - portando, addirittura, all'affievolimento ed all'indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione. L'Anm - che storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della magistratura - negli ultimi anni, con prassi e condotte censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al consolidamento di una magistratura 'normalizzata' non sapendo e non volendo 'stare vicino' ai tanti colleghi (sicuramente i più 'bisognosi') che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte isolamento; ha fatto proprie tendenze e pratiche di lottizzazione attraverso il sistema delle cosiddette correnti; ha contribuito - di fatto - a rendere sempre più arduo l'esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come principale baluardo il principio costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge. L'Anm è divenuta, con il tempo, un luogo di esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al Csm, dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il 'giro', si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È uno spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto riprovevole. Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando non poco come tutti i miei colleghi sanno, di poter contribuire a cambiare, dall'interno, l'associazionismo giudiziario, ma non è possibile non essendoci più alcun margine. Lascio, pertanto, l'Anm, donando il contributo ad associazioni che, nell'impegno quotidiano antimafia, cercano di garantire l'indipendenza concreta della magistratura molto meglio dell'associazionismo giudiziario. Non vi è dubbio che anche il Consiglio superiore della magistratura, composto da membri laici, espressione dei partiti, e membri togati, espressione delle correnti, non può, quindi, non risentire dello stato attuale della politica e della magistratura associata. I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente e praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed essere soggetti solo alla legge. So bene che all'interno di tutte le correnti dell'Anm vi sono colleghi di prim'ordine, ma questo sistema di funzionamento dell'autogoverno della magistratura lo considero non più tollerabile. Il Csm deve essere il luogo in cui tutti i magistrati si sentano, effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce alla loro indipendenza. Non è possibile assistere ad indegne omissioni o interventi inaccettabili dell'Anm, come ad esempio negli ultimi mesi, su vicende gravissime che hanno coinvolto magistrati che, in prima linea, cercano di adempiere solo alle loro funzioni: da ultimo, quello che è accaduto ai colleghi di Santa Maria Capua Vetere. Non parlo delle azioni ed omissioni riprovevoli - da parte anche di magistrati, non solo operanti in Calabria - sulla mia vicenda perché di quello ho riferito alla magistratura ordinaria competente e sono fiducioso che, prima o poi, tutto sarà più chiaro. Certo, lo spettacolo che mi ha visto in questi giorni protagonista, in un processo disciplinare che mi ha lasciato senza parole, ha contribuito a radicare in me la convinzione che questo sistema ormai è divenuto inaccettabile per tutti quei magistrati che ancora sentono e amano profondamente questo mestiere e che siamo ormai al capolinea. Io sono orgoglioso - sembrerà paradossale - che questo Csm mi abbia inflitto la censura con trasferimento d'ufficio. Era proprio quello che mi aspettavo. Ed anche scritto, in tempi non sospetti. Ho già detto, ad un mio amico antiquario, di farmi una bella cornice: dovrò mettere il dispositivo della sentenza dietro la scrivania del mio ufficio ed indicare a tutti quelli che me lo chiederanno le vere ragioni del mio trasferimento. La mia condanna disciplinare è grave e infondata, nei confronti della stessa farò ricorso alle sezioni unite civili della Suprema Corte di Cassazione confidando in giudici sereni, onesti, imparziali, in poche parole giusti. La condanna è, poi, talmente priva di fondamento, da ogni punto di vista, che la considero anche inaccettabile. Mi viene inflitta la censura, devo lasciare Catanzaro ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in sostanza perché non ho informato i miei superiori in alcune circostanze e perché ho secretato un atto solo ed esclusivamente per salvaguardare le indagini ed evitare che vi fossero propalazioni esterne che danneggiassero le inchieste; senza, peraltro, tenere conto delle gravissime ragioni che hanno necessariamente ispirato alcune mie condotte. Troppo zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo mestiere. Del resto il procuratore generale che rappresentava l'accusa in giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha detto che concepisco le mie funzioni come una missione. Ebbene, questa decisione, a mio umile avviso, contribuisce ad affievolire l'indipendenza della magistratura, conduce ad indebolire i valori ed i principi costituzionali, ci trascina verso una magistratura burocratizzata ed impaurita sotto il maglio e la clava del processo disciplinare. Il rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza, il dr. Vito D'Ambrosio, ex politico, il quale per circa dieci anni è stato anche presidente della giunta della Regione Marche, ha sostenuto, durante il processo, sostanzialmente, che non rappresento, in modo adeguato, il modello di magistrato. Ed invero, il modello di magistrato al quale mi sono ispirato è quello rappresentato da mio nonno magistrato (che ha subito anche due attentati durante l'espletamento delle funzioni), da mio padre (che ha condotto processi penali di estrema importanza in materia di terrorismo, criminalità organizzata e corruzione), dai miei magistrati affidatari durante il tirocinio, dai tanti colleghi bravi e onesti conosciuti in questi anni, da quello che ho potuto apprendere ed imparare, sulla mia pelle in contesti ambientali anche molto difficili, dall'esperienza professionale nell'esercizio di un mestiere al quale ho dedicato, praticamente, gran parte della mia vita. Il mio modello è la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza. Il modello 'castale' e del magistrato 'burocrate' non mi interessa e non mi apparterrà mai, nessuna 'quarantena' in altri uffici, nessun 'trattamento di recupero' nelle pur nobili funzioni giudicanti, potrà mutare i miei valori, né potrà far flettere, nemmeno di un centimetro, la mia schiena. Sarò sempre lo stesso, forse, debbo a questo appunto ammetterlo, un magistrato che per il 'sistema' è 'deviato ed eversivo'. Pertanto, questa sentenza è, per me, la conferma di quello che ho visto in questi anni ed un importante riscontro professionale alla bontà del mio lavoro. Certo è una sentenza che nella sua profonda ingiustizia è anche intrinsecamente mortificante. Imporre ad un pubblico ministero, che si sa che ha sempre professato e praticato l'amore immenso per quel mestiere, di non poterlo più fare - sol perché ha 'osato', in pratica, indagare un sistema devastante di corruzione e cercato di evitare che una 'rete collusiva' ostacolasse il proprio lavoro e, quindi, condannandolo per avere, in definitiva, rispettato la legge - è un po' come dire ad un chirurgo che non può più operare, ad un giornalista di inchiesta che deve occuparsi di fiere in campagna, ad un investigatore di polizia giudiziaria che deve pensare ai servizi amministrativi. Farò di tutto, con passione ed entusiasmo intatti, nei prossimi mesi, per dimostrare quanto ingiusta e grave sia stata questa sentenza e che danno immane abbia prodotto per l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati, ed anche e soprattutto per la Calabria, una terra (che continuerò sempre ad amare comunque finisca questa 'storia') che aveva bisogno di ben altri 'segnali' istituzionali. Lavorerò ancor più alacremente nei prossimi mesi - prima del mio probabile allontanamento 'coatto' dalla Calabria - presso la Procura della Repubblica di Catanzaro per condurre a termine le indagini più delicate pendenti. Non mi sottrarrò ad eventuali dibattiti pubblici anche tra i lavoratori, tra gli operai, tra gli studenti, nei luoghi in cui vi è sofferenza di diritti, per contribuire - da cittadino e da magistrato, con la mia forza interiore - al consolidamento di una coscienza civile e per la realizzazione di un tessuto connettivo sinceramente democratico. Il Paese deve, comunque, sapere che vi sono ancora magistrati che con onore e dignità offrono una garanzia per la tutela dei diritti di tutti (dei forti e dei deboli allo stesso modo) e che non si faranno né intimidire, né condizionare, da alcun tipo di potere, da nessuna casta, esercitando le funzioni con piena indipendenza ed autonomia, in una tensione ideale e morale costituzionalmente orientata, in ossequio, in primo luogo, all'art. 3 della Costituzione repubblicana. La lotta per i diritti è dura e forse lo sarà sempre di più nei prossimi mesi: nelle istituzioni e nel Paese vi sono ancora, però, energie e valori, anche importanti. Si deve costruire una rete di rapporti - fondata sui valori di libertà, uguaglianza e fratellanza - che impedisca all'Italia di crollare definitivamente proprio sul terreno fondamentale dei diritti e della giustizia. È il momento che ognuno faccia qualcosa - in q uesta devastante deriva etica e pericoloso decadimento dei valori - divenendo protagonista per contribuire al bene della collettività e del prossimo, non lasciando l'Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e faccendieri.”
13 มกราคม In un altro paeseQuesto è un film..suddiviso in 9 parti..si intitola.."In un altro paese"..e racconta una storia..vi assicuro però che leggere sentenze o libri è molto meglio..("INTOCCABILI" di Marco Travaglio e Saverio Lodato spiega tutta la storia)..perche è molto piu dettagliato e incisivo..ma capisco anche che nn tutti ne abbiano voglia o siano in grado di affrontare certe letture..altrimenti nn si spiegherebbe il perchè questo nn avvenga.. queste persone decidono per noi..se uno decide per me si presume che io ne sia consapevole cioè devo sapere la verita sulla situzione e le conseguenze che dipenderanno da quella scelta..ma soprattutto devo sapere che la persona che decide per me..prenda una decisione seguendo i principi di verità e giustizia altrimenti si crea una bugia.. il vero potere quello che tutti vogliono e che cercano di accumulare..è il potere di scegliere..la scelta..piu scelte puoi fare piu potere hai..ma le scelte devono essere vere e giuste altrimenti sono balle..e un mondo costruito sulle balle è ha beneficio di pochi e a discapito di molti..perche le balle nascondono la verità.. ora..le informazioni le avete gia..tutti i nomi, le date..quello che volete e che vi serve veramente è una storia..ma una storia può essere vera o falsa..ma questo lo lascio giudicare a voi..
"E' l'informazione sulla verità vera dei fatti che da coraggio. Solo la verità può rendere liberi quanti oggi non vogliono essere schiavi"
25 Aprile 2008..V-Day.. ..IO ci sarò..
28 ธันวาคม ...................................................................................Socrate..conoscete tt socrate..almeno per sentito nominare..forse la persona più importante che l'umanità abbia avuto..se noi siamo qui è grazie a uomini come questi che ci hanno voluto bene e ci hanno insegnato a vivere..sennò saremmo tt delle bestie..quest'uomo che ha inventato la MORALE..la maniera d comportarsi..ha vissuto 2400 anni fa e insegnava a tt i ragazzi che prima dell'aspetto fisico,dell'apparenza,delle ricchezze e delle vanità dovevano curarsi della virtù,di vedere dentro d loro,d crescere e di sapere che da li nascevano tt le bellezze..e andava in giro a fare domande,a dire e osservare..la ricerca delle prove era la sua verità..perchè nn ce niente che abbia più valore di una prova..diceva lui..però nn trovava nex che gli diceva come stavano le cose..finchè arrivò ai politici..i politici gli smascherò perchè si accorsero che davanti alle sue domande e al suo ragionamento tutto cadeva anche la bugia piu profonda..e allora uno d quei politici temendo d essere messo in difficoltà decise d ucciderlo..instaurò un processo..corruppe tt i giudici e li fece votare per la condanna a morte d socrate..cosi lui fece un discorso..che più o meno recitava cosi:"nn voglio scappare..nn bisogna mai commettere un ingiustizia..nemmeno quando la si riceve..perchè un ingiustizia nn va commessa mai per principio..ma va ricercata sempre la verita..senza limiti d tempo..solo cosi m renderete giustizia"
Ce stato un uomo che come Socrate ci ha voluto dare una lezione..che come lui è morto in nome delle idee..e che come lui nn va dimenticato..
..<<NEMICO N°1 DELLA MAFIA>>..
L'etichetta gli resterà attaccata in eterno..circondato da un alone quasi leggendario di combattente senza macchia e senza paura..GIOVANNI FALCONE ha passato undici anni della sua vita tra auto blindate e l'atmosfera soffocante dell'ufficio-bunker del Palazzo di Giustizia di Palermo a far la guerra a Cosa Nostra..potendo vedere il sole solo dal finestrino di una macchina e sacrificando cosi tt i piaceri della vita comune in nome di un idea. Ci ha insegnato che la verità è una cosa importante..ha un valore tale nell'esistenza umana che il resto delle cose in confronto sono come formiche davanti a un elefante..nn contano nulla..NULLA..tutto si basa sulla verità..TUTTO..ogni azione,parola o pensiero che nn si basa su di essa o che la distorce nn ha alcun valore..e se nn ha valore nn ha alcuna importanza..ma la ricerca della verità richiede a volte grandi sacrifici..che nn tutti sono disposti a fare..perchè tutto cio che ha un valore ha un prezzo..e piu il valore sale piu il prezzo da pagare aumenta..e alla fine si "muore" perchè si resta soli..perchè il gioco diventa troppo grande e nn si dispone del necessario sostegno..Giovanni Falcone questo lo sapeva bene ma nn se tirato indietro..nn è un pazzo o un suicida ma semplicemente una persona che ha scelto una strada e la continuata fino in fondo senza paura..perchè la paura se nn l'affronti diventa una cosa che nn t permette più di vivere..e la verità richiede coraggio..essa nn puo e nn deve guardare in faccia niente e nex..altrimenti il suo valore viene meno.
Non si rischia la galera e la professione per salvare qualcuno che non vuole essere salvato se non si è spinti da una cosa, quella cosa. La ragione per cui la gente normale ha figli, famiglia, amici, hobby e così via è perché non conosce quella cosa speciale che da una sferzata al tuo cuore. La cosa che tartassa la tua mente, che ti lascia fuori dal cerchio dei normali. Sì, queste persone sono dei grandi, sono i migliori, quello che gli manca è tutto il resto.
"Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo col pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso"
Come vedete nn ho scritto il titolo a quest'intervento..perche tutti quelli che ho pensato mancavano di qualcosa.. poi una persona..che anche se conosco da poco mi ha dato prova di grande sincerità e generosità riuscendo davvero a stupirmi con le sue parole in più di un occasione..mi ha dato un idea..perche nn far provare a chi legge a dare un titolo..per vedere cosa ne pensano..quindi chi ha voglia lasci pure un commento.
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